giovedì 1 marzo 2012

Credere in Gesù Cristo

Chiunque crede che Gesù è il Cristo...

Se uno ama veramente il Padre, ama anche il Figlio e i figli di Dio. E' un amore che non conosce fatica e genera sicurezza, perché nessuno può sottrarre l'oggetto amato. In tale amore si realizza tutta la Legge e abbraccia i membri di Cristo, cioè la .

[Fede ed amore.]

1. Credo che ricordiate, voi qui presenti ieri, dove siamo giunti nella spiegazione dell'Epistola, cioè là dove si dice: Chi non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede? Questo comandamento appunto ci viene da lui, affinché chi ama Dio ami anche il suo fratello (1 Gv 4, 20-21). Eravamo giunti fin qui. Esaminiamo ora con ordine quel che segue. Chi crede che Gesù è il Cristo, è nato da Dio (1 Gv 5, 1). Chi è colui che non crede che Gesù è il Cristo? Chi non vive così come Cristo ha comandato. Molti dicono infatti: io credo; ma la fede senza le opere non ci salva. L'amore stesso è opera di fede, secondo le parole di Paolo apostolo: la fede che opera attraverso l'amore (Gal 5, 6). Le tue opere precedenti alla fede o non erano buone o, se tali sembravano, erano inutili. Se non avevi opere buone, tu eri come un uomo senza piedi o incapace di camminare a causa dei piedi piagati. Se invece le tue opere sembravano buone, prima che tu avessi la fede, certo correvi ma fuori strada, e dunque vagavi più che tendere alla meta. Dobbiamo dunque correre ma sulla giusta strada. Chi corre fuori strada, corre inutilmente, anzi lo fa con danno. Tanto più esce di strada, quanto più corre lontano da essa. Quale è la strada sulla quale noi dobbiamo correre? Cristo disse: Io sono la via. Quale è la patria verso la quale corriamo? Cristo disse: Io sono la verità (Gv 14, 6). Noi corriamo sulla strada che è lui e corriamo alla meta che è lui ed in lui troviamo il nostro riposo. Ma appunto perché ci servissimo di lui come della nostra strada, egli è arrivato fino a noi, che eravamo lontani da lui e andavamo errando fuori strada. E' poco dire che erravamo lontano; in realtà, a causa del nostro languore, non potevamo neppure muoverci. Egli venne a noi, quale medico agli ammalati, quale via aperta a noi pellegrini. Che ci sia dato di avere da lui la guarigione, e camminare per suo mezzo. Questo significa credere che Gesù è il Cristo, così come fanno quei cristiani che non sono cristiani solo di nome ma lo sono coi fatti e con la vita; e non già come credono i demoni. Anch'essi infatti credono e tremano (Gc 2, 19), come dice la Scrittura. Che cosa potevano credere i demoni più di quando dissero: Noi sappiamo chi sei: il Figlio di Dio? Ciò che dissero i demoni, lo disse anche Pietro. Quando il Signore domandò chi egli fosse e chi lo ritenesse la gente, quei discepoli risposero: Alcuni dicono che sei Giovanni Battista, altri Elia o Geremia o uno dei Profeti. ,  E Gesù riprese: Ma voi chi dite che io sia? Rispose Pietro: Tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivo; e si sentì dire dal Signore: Beato sei, Simone figlio di Giona, perché non la carne o il sangue te lo ha rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. Vedete quale lode ottiene questa fede di Pietro: Tu sei Pietro e su questa pietra io edificherò la mia (Mt 16, 14-18). Che significano le parole: Su questa pietra edificherò la mia Chiesa? Significano: su questa fede che confessa: Tu sei il Cristo Figlio del Dio vivo. Dice dunque il Signore: Su questa pietra edificherò la mia Chiesa. Quale lode grandiosa! Pietro dice: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivo; anche i demoni dicono: Sappiamo chi sei: il Figlio di Dio, il santo di Dio. Quello che dice Pietro, lo dicono anche i demoni; ma se le parole sono le stesse, l'animo è diverso. Dove abbiamo la prova che Pietro qui parlava con sentimento di amore? Da questo: che la fede di un cristiano è sostenuta dall'amore; quella di un demonio è priva di amore. Perché senza amore? Perché pronunciava quelle parole con lo scopo di aderire a Cristo, mentre i demoni le pronunciavano con lo scopo di allontanare Cristo da loro. Prima di dire: Sappiamo chi tu sei: il Figlio di Dio, essi avevano detto: Che c'è di comune fra te e noi? Perché sei venuto prima del tempo a perderci? (Mt 8, 29; Mc 1, 24). Altro è infatti rendere testimonianza a Cristo per aderire a lui, altro è rendergli testimonianza per allontanarlo da noi. Vedete dunque che nelle parole: colui che crede, si indica una certa fede, non una fede comune a molti. Perciò nessun eretico, o fratelli, vi dica: Anche noi crediamo. Vi ho portato l'esempio dei demoni proprio perché non vi rallegriate delle parole di quelli che credono; ma esaminiate i fatti delle persone che vivono la loro fede. .

Che c’è tra me e te o donna

Dal

Attraverso le stesse circostanze egli ci vuole suggerire qualcosa, poiché ritengo che non senza una ragione il Signore intervenne alle nozze. A parte il miracolo, il contesto stesso adombra qualche mistero, qualche sacramento. Bussiamo perché ci apra e c'inebri del vino invisibile. Anche noi eravamo acqua e ci ha convertiti in vino, facendoci diventare sapienti; gustiamo infatti la sapienza che viene dalla fede in lui, noi che prima eravamo insipienti. Credo sia proprio mediante la sapienza - non disgiunta dall'onore reso a Dio, dalla lode della sua maestà e dall'amore della sua potentissima misericordia - è proprio mediante la sapienza che potremo pervenire all'intelligenza spirituale di questo miracolo. 3. Di fronte a tanti prodigi compiuti per mezzo di Gesù Dio, c'è da meravigliarsi se l'acqua è mutata in vino per mezzo di Gesù uomo? Diventando uomo, egli non ha cessato di essere Dio: si è aggiunto l'uomo, non è venuto meno Dio. Chi ha compiuto questo prodigio è colui che ha creato tutte le cose. Non dobbiamo meravigliarci che Dio abbia fatto questo, ma piuttosto ringraziarlo perché lo ha fatto in mezzo a noi, e per la nostra salvezza.

[Lo sposo avanza.]

4. Invitato, il Signore si reca ad un festino di nozze.  C'è da meravigliarsi che vada alle nozze in quella casa, lui che è venuto a nozze in questo mondo? Se non fosse venuto a nozze, non avrebbe qui la sposa. E che senso avrebbero allora le parole dell'Apostolo: Vi ho fidanzati ad uno sposo unico, come una vergine pura da presentare a Cristo? Che cosa teme l'Apostolo? Che la verginità della sposa di Cristo venga corrotta dall'astuzia del diavolo. Temo - dice - che come nel caso di Eva, il serpente nella sua astuzia corrompa i vostri sentimenti, deviandoli dall'amore sincero e casto verso Cristo. Il Signore ha qui, dunque, una sposa che egli ha redento col suo sangue, e alla quale ha dato come pegno lo Spirito Santo (2 Cor 11, 2-3; 1, 22). L'ha strappata alla tirannia del diavolo, è morto per le sue colpe, è risuscitato per la sua giustificazione (cf. Rm 4, 25). Chi può offrire tanto alla sua sposa? Offrano pure gli uomini quanto c'è di meglio al mondo: oro, argento, pietre preziose, cavalli, schiavi, ville, possedimenti: ci sarà forse qualcuno che può offrire il suo sangue? Se uno offrisse il suo sangue per la sposa, come potrebbe sposarla? Il Signore invece affronta serenamente la morte, dà il suo sangue per colei che sarà sua dopo la risurrezione, colei che già aveva unito a sé nel seno della Vergine. Il Verbo, infatti, è lo sposo e la carne umana è la sposa; e tutti e due sono un solo Figlio di Dio, che è al tempo stesso figlio dell'uomo. Il seno della vergine Maria è il talamo dove egli divenne capo della Chiesa, e donde avanzò come sposo che esce dal talamo, secondo la profezia della Scrittura: Egli è come sposo che procede dal suo talamo, esultante come campione nella sua corsa (Sal 18, 6). Esce come sposo dalla camera nuziale e, invitato, si reca alle nozze.

5. Non è certo senza un motivo recondito che egli sembra non riconoscere la madre, dalla quale era uscito come sposo, quando le dice: Che c'è tra me e te, o donna? La mia ora non è ancora giunta (Gv 2, 4). Cosa significano queste parole? Ha forse presenziato alle nozze per insegnarci a disprezzare la madre? Era andato alle nozze d'un uomo che prendeva moglie per generare dei figli, e che certamente aspirava ad essere onorato dai figli che avrebbe generato. E Gesù avrebbe partecipato alle nozze per mancare di rispetto alla madre, mentre le nozze vengono celebrate e ci si sposa per avere dei figli, ai quali Dio comanda di rendere onore ai genitori? Certamente, fratelli, c'è qui nascosto un mistero. E si tratta di cosa tanto importante che taluni - contro cui, come già abbiamo ricordato, ci ha messo in guardia l'Apostolo dicendo: Temo che, come nel caso di Eva, il serpente nella sua astuzia corrompa i vostri sentimenti, deviandoli dall'amore sincero e casto verso Gesù Cristo (2 Cor 11, 3) - i quali, contraddicendo il Vangelo, sostengono che Gesù Cristo non è nato da Maria Vergine, credono d'aver trovato una conferma al loro errore proprio in queste parole del Signore. Come poteva essere sua madre - essi dicono - colei alla quale Cristo disse: Che c'è tra me e te, o donna? Bisogna rispondere a costoro spiegando il significato della frase del Signore, affinché non credano d'aver trovato, sragionando, un argomento contro la fede, che corrompa la purezza della sposa vergine, cioè la fede della Chiesa. E davvero si corrompe, o fratelli, la fede di coloro che preferiscono la menzogna alla verità. Costoro infatti che credono di onorare Cristo negando la realtà della sua carne, lo fanno passare per bugiardo. Coloro che costruiscono negli uomini la menzogna, che altro eliminano da essi se non la verità? Vi introducono il diavolo e ne escludono Cristo; vi fanno entrare l'adultero e ne fanno uscire lo sposo. Sono paraninfi o, meglio, agenti del diavolo: con le loro parole aprono la porta al diavolo e scacciano Cristo. In che modo il serpente s'impossessa dell'uomo? Facendo sì che l'uomo ceda alla menzogna. Quando la menzogna domina, domina il serpente; quando la verità domina, domina Cristo. Egli infatti ha detto: Io sono la verità (Gv 14, 6); del diavolo invece ha detto: Non rimase nella verità, perché in lui non c'è verità (Gv 8, 44). Ora, Cristo è talmente la verità che tutto in lui è vero: Egli è il vero Verbo, Dio uguale al Padre, vera anima, vera carne, vero uomo, vero Dio; vera è la sua nascita, vera la sua passione, la sua morte, la sua risurrezione. Se neghi una sola di queste verità, entra il marcio nella tua anima, il veleno del diavolo genera i vermi della menzogna, e nulla rimarrà integro in te.

sabato 21 gennaio 2012

Purgatorio

Probabilmente chi si accinge a leggere questo capitolo, vorrà subito trovare riscontri biblici sul , vorrà vedere quali sono i versetti che parlano di esso. Sicuramente se il lettore è un protestante si stupirà nell’apprendere che i padri della Riforma credevano nella dottrina del Purgatorio.

Lutero, patriarca e fondatore della riforma, quando si separò dalla , conservò la credenza del purgatorio, nè ebbe difficoltà di predicare queste parole: «Io so che esiste il Purgatorio epperciò sono facile a persuadermi che la santa Scrittura ne faccia menzione. Tuttociò che {62 [98]} io so intorno al si è che le anime vi soffrono e che possono essere sollevate dalle nostre preghiere e dalle nostre opere.» Lutero ciò diceva appoggiato, come noi cattolici, sopra il Capo decimo secondo di s. Matteo dove si parla dei peccati che Dio talvolta perdona nel secolo futuro. Disp. de Leips.

            Calvino collaboratore di Lutero nella Riforma, dapprima negò sfacciatamente il dogma del Purgatorio; ma veduto il consenso universale della Chiesa cattolica fu costretto a dire che il costume di pregare pei morti è antichissimo nella Chiesa e che i più antichi padri avevano creduto al Purgatorio e alle preghiere pei defunti. Calv. Istit., libro, 3.

            Essendo poi stata dimandata a Calvino la spiegazione di alcuni testi della che provano il dogma del Purgatorio, egli non sapendo come sbrigarsi rispondeva con dire che non bisognava scrutare con troppa ansietà lo stato delle anime dopo morte, perciocchè Iddio non ce lo ha voluto rivelare. Che perciò bisognava contentarci di sapere che le anime dei fedeli sono in uno stato di riposo dove attendono con gioia la gloria promessa, e che {63 [99]} tutto è sospeso cosi fino all'arrivo di Gesù Cristo in qualità di Redentore, Ist. lib. 3, c. 25.

            Ecco uno stato di mezzo tra il Paradiso e l'Inferno che ha molta analogia col Purgatorio. Cosi quel Capo Riformatore, mentre negava una verità, era dall' evidenza costretto a professarla. Tale si è la credenza comune dei calvinisti sul Purgatorio.

            Gli anglicani avevano da principio conservato le preghiere pei morti; ma più tardi essendo nati gravi dissidii sopra di ciò; per mantenere la pace si lasciò che ciascuno pensasse sopra tal materia secondo il privato suo giudizio; onde non è raro il caso d'incontrare colà varii protestanti i quali, alla morte de' loro congiunti od amici, come per naturale movimento del loro cuore, pregano per essi.

            Altrove poi si dice: Noi sappiamo che gli antichi hanno parlato della preghiera pei morti, e noi non lo vogliamo proibire. Apol. de la confer. d'Ausbourg.

            Leibnizio, che passa tra' più eruditi , parlando del si esprime così: II sentimento più antico della Chiesa si è che bisogna pregare pei morti, i {64 [100]} quali ricevono suffragio dalle nostre preghiere, e che quelli che sono usciti da questa vita sebbene siano divenuti eredi del cielo, per la remissione della pena eterna, e pel loro ritorno in grazia con Dio, ciò non ostante hanno ancora da subire un castigo paterno pei loro peccati, ed essere purificati, soprattutto se non hanno abbastanza cancellate queste macchie durante la loro vita sopra la terra. Leibnits, sur la religion.

            Beausobre, altro dotto ministro protestante, dice esplicitamente. La preghiera pei morti non fa disonore alla ragione; ciò è conforme alla scrittura.

            Altro protestante, Pietro Marlin, professava pure che: È costume di tutti i tempi il pregare pei defunti.

Per capire bene un argomento non si comincia dal nocciolo, ma gradatamente partendo dall’esterno di procede verso di esso.

Ma tanto per dare un accenno che sarà approfondito più avanti, ecco alcuni versetti che alludono ad un luogo intermedio tra Paradiso e Inferno, un luogo dove non si riceve la condanna definita, ma delle punizioni, delle percosse, tanto per usare un termine biblico.

“Ci hai fatto passare per il fuoco e l’acqua, ma poi ci hai dato sollievo” (Sal 66)

Lc 12 43-48 “Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.”

Qui ovviamente si allude al ritorno di Gesù, che giudicherà il mondo, se ci fosse solo il premio del Paradiso o la condanna dell’Inferno non si parlerebbe di poche percosse, cioè di punizione, ma di premio o condanna. Le poche percosse indicano una punizione più lieve rispetto alle molte percosse. In Paradiso non si ricevono percosse, ma gioia senza fine, all’inferno si ricevono molte percosse, per l’eternità. Le poche percosse, cioè una punizione minore, che lascia intendere la possibilità di accedere in Paradiso, (dopo aver ricevuto le poche percosse) dove si ricevono?

In Paradiso no, all’inferno no, quindi?

Deve per forza esistere un luogo intermedio, dove si sconta la punizione assegnata per la purificazione, e poi di accede al Paradiso.

Catechesi sull’Eucaristia

 

Da dove nasce però la controversia con i fratelli protestanti circa la presenza reale di Gesù Cristo nell’?

Fu Zwingli, e non Lutero, a ideare il semplice ricordo del sacrificio di Gesù sulla Croce, dicendo che gli era apparso uno spirito che gli suggerì i versetti di Esodo cap.12 dove si parla della Pasqua, che significa il passaggio di nostro Signore, ecco il verbo greco Est, che viene usato in “Questo è il mio corpo…” Zwingli prese a dire che era lo stesso di quello di Esodo, quindi fece aggiungere ai suoi libretti, “Questo significa il mio corpo…” negando e riducendo così la presenza reale a semplice commemorazione del sacrificio.

Ecco cosa scriveva Lutero nel suo libro “Le Parole di Cristo”:

"Ci chiamano carnivori, bevitori di sangue, antropofagi, cafarniti, arroganti, etc., come se fossimo dementi, insensati, o furiosi, come se avessimo ingoiato follemente Cristo e lo mangiassimo a pezzetti come il lupo divora la pecora, e bevessimo il suo sangue come la mucca beve l’acqua.
Anche se avessero ragione, il che è impossibile, nell’affermare che nell’ non vi sia realmente altro che pane e vino, se pure vogliono infuriarsi e tuonare contro di noi con queste orribili blasfemie di un Dio bollito, un Dio impanato,
...non dovrebbero comunque avere rispetto della santa parola di Cristo, non inventata da noi: QUESTO E' IL MIO CORPO?"
(MARTIN LUTERO, Le parole di Cristo: Questo è il mio corpo siate fer­mi contro i fanatici)

La differenza sta proprio nel guardare bene i versetti di Esodo, che spiegano essi stessi il significato della Pasqua, dicendo che significa il passaggio del Signore, nel Nuovo Testamento invece non troviamo spiegazione alle parole “Questo è il mio corpo…questo il mio sangue…chi mangerà la mia carne avrà la vita eterna”, anzi molti discepoli che non capirono male le parole di Gesù limitandosi al significato superficiale, letterale, si allontanarono da lui, dicendogli che quelle parole erano troppo dure. Notiamo che Gesù vedendoli allontanarsi non li chiamò dicendogli “ma che cosa avete capito??? Quello che ho detto significa…, li lasciò andare, perché non c’era nulla da semplificare nel suo insegnamento. Non voleva essere una semplice commemorazione, altrimenti Gesù glielo avrebbe spiegato, neppure gli apostoli capirono, ma nonostante questo non si allontanarono da Gesù, che gli chiese se anche loro volevano andarsene per non aver capito, Pietro gli rispose “Signore da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna.” gli stava evidentemente chiedendo un atto di fede, gli chiedeva di fidarsi di Lui, anche se non capivano come potessero mangiare la sua carne. Il corpo di Gesù in forma gloriosa, assume altre proprietà, non governate dalle leggi della fisica, in modo mistico, si rende presente nella sostanza, non nella forma, del pane e del vino. E’ lo Spirito Santo che vivifica il pane e il vino, cioè li rende vivi nella sostanza, se si pensa in modo carnale non giova a nulla, non si può capire questo grande mistero, e nemmeno crederci. Naturalmente questa interpretazione mise Zwingli in netto contrasto con Lutero, il quale predicava la presenza reale di Gesù nel pane e nel vino, fino alla durata della Messa, finita la celebrazione ritornavano ad essere semplici pane e vino. La Chiesa cattolica invece insegna la presenza reale che dura oltre la , una volta consacrati il pane e il vino diventano vero corpo e vero sangue di Gesù, anche a celebrazione terminata restano tali.

martedì 9 agosto 2011

Santo del Giorno

Utile pagina cristiana con il per conoscere meglio le vite dei santi che ci hanno preceduto e che ora sono in cielo alla presenza del Signore Gesù. E’ sempre utile conoscere le vite dei santi nostri fratelli nella fede, perchè sono veramente edificanti per il nostro spirito.

domenica 5 giugno 2011

Ancora sui fratelli di Gesù

Nel caso dei , essi vivevano in stretto contatto con lui ed erano parenti assai

prossimi: se fossero stati cugini di primo grado, il greco ellenistico dei Vangeli non avrebbe

adoperato il termine anepsioi.

Infatti, nell unico caso in cui la parentela è chiara ed indica un legame di cuginanza di primo grado,

il greco biblico usa proprio il termine adelphos:

Figli di Macli: Eleazaro e Kis. Eleazaro morì senza figli, avendo soltanto figlie; le sposarono i figli

di Kis, loro fratelli. (1Cr 23, 21-22)

Esaminiamo il punto successivo.

Il testo che viene citato dagli storico-critici contro la verginità di Maria è il seguente:

Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l angelo del Signore e prese con sé la

sua sposa; ma non si accostò a lei, fino alla nascita del figlio; e gli pose nome Gesù. (Mt 1, 24-25)

(Testo tratto dalla Nuovissima versione della Bibbia, 1991)

Qualche manoscritto della versione siriaca aggiunge (o sostituisce) a non si accostò a lei la frase

e visse santamente con lei .

La traduzione interlineare di A.Bigarelli (1998) suona così:

Alzatosi allora Giuseppe da il sonno, fece come ordinò a lui l angelo del Signore e prese la

moglie di lui, e non conobbe lei finché non partorì (un) figlio; e chiamò il nome di lui Gesù (Mt 1,

24-25)

Una lettura superficiale del testo potrebbe lasciar supporre che, con le parole fino a o finché

non , l evangelista volesse intendere che Giuseppe non toccò Maria prima della nascita di Gesù,

ma che in seguito lo fece, ma questo lo approfondiremo più avanti.

Il

“Nel tentativo di giustificare il loro rifiuto verso la verginità perpetua di Maria, evangelici ed evangelicali sono costretti a forzare il significato dei termini “finché” e “fratelli” dando ad essi un solo e singolo significato. Ridicolizzano pure la Chiesa cattolica, attribuendogli non meglio precisate intenzioni di sostituire in toto la parola “fratello” con “cugino” ovunque se ne incontri una. Non è così, non si può attribuire alla Chiesa cattolica una tale sciocchezza, sarebbe più corretto precisare che anche i cugini vengono inglobati nel “fratello” scritto dagli ebrei. Non si può tradurre scelleratamente fratello=cugino, ogni volta che si incontra tale termine, bisogna sempre tener conto del contesto. Così affermano, come fanno diversi autori protestanti, che per i cattolici il termine adelfòs (letteralmente fratello) vuole, quando è applicato agli adelfòi (letteralmente fratelli) di Gesù, dire sempre e solo "cugino". Non è vero!

Per quanto riguarda il termine "finché" sono ovviamente costretti a sostenere che "finché" indica sempre la fine di un’azione e l’inizio di un’altra. Non è vero!” (cfr, del fratello Massimo del sito Difendere la vera fede)

In greco, obiettano i fratelli non cattolici, esistono due termini diversi per indicare rispettivamente fratello e cugino, adelphos=fratello, anepsiòs=cugino, questo è parzialemente vero, ma dimenticano che i Vangeli sono stati scritti in greco raccontando episodi ebraici, raccontano il modo di esprimersi e di comportarsi del popolo ebraico, che sicuramente non è uguale a quello del popolo greco, né di quello occidentale. Sul vocabolario di Greco – Rocci, usato nelle università e nei licei, il termine Adelphos, viene tradotto con “fratello”, lo stesso dizionario, come è solito di tutti i dizionari, riporta anche altri significati attribuiti alla stessa parola, tra questi il Rocci dice che Adelphos può essere usato anche per indicare un “parente, connazionale, membro della stessa tribù”. Il termine “fratello” pronunciato da un ebreo quindi poteva significare anche compatriota, compaesano, membro della stessa tribù, cugino di primo grado, parente stretto, nipote, di questi esempi ne troviamo diversi nella Bibbia, stranamente però in un libro scritto da Jean Gilles intitolato “I fratelli e sorelle di Gesù” ed. Claudiana, di esempi relativi al Vecchio Testamento ne vengono riportati solo tre. In questo modo si induce il lettore a ritenere che esistano i tre soli esempi riportati dall’autore, quando invece di esempi se ne trovano molti altri, li vedremo più avanti.
Nei testi ellenistici di provenienza orientale il termine adelphos assume una gamma di significati ancora più ampia: secondo l’ esperta papirologia Orsolina Montevecchi (1957), nei papiri esso può significare fratello (o sorella) in senso stretto, ma anche cugino, cognato, parente, marito

(o moglie). Tale ampiezza di significati è ben documentata nei testi greci provenienti da ambienti semitici.

Vangelo del Giorno

In queste pagine trovate un utile servizio per poter leggere in anticipo il che verrà letto in tutte le chiese cattoliche italiane. Utile per preparare i commenti e le riflessioni sulla parola di Dio.

venerdì 3 giugno 2011

Il Dono delle lingue

PROFEZIA, DONO DELLO SPIRITO:

DALL'ANTICO AL NUOVO TESTAMENTO.


La visione delle ossa aride in Ezechiele non e' solamente un'immagine fantasiosa. Ha una forza profetica molto piu' grande: con questa poderosa metafora di ossa che si rivestono di carne e riprendono vita grazie al soffio di Dio, il profeta ci annuncia una rinascita, una nuova creazione.
Dio ricomincia la storia da capo, rinnova tutto l'universo.
Creare vuol dire fare una cosa nuova, che ancora non esiste. Ora lo Spirito di Dio rinnova ogni giorno il prodigio della creazione:
"Ecco, io faccio una cosa nuova: e' adesso che germoglia. Non la riconoscete ?"(Is 43,19)
Il Secondo Isaia si riferisce ancora, in questo modo, a un intervento divino destinato a cambiare la storia: la liberazione degli esiliati.
Il Terzo Isaia scrive: "Ecco io creo cieli nuovi e una terra nuova" (Is 65,17). In realtà, neppure lui esce dalla storia: i cieli nuovi non sono altri cieli, la terra nuova non e' un'altra terra.
Sono gli stessi cieli, la stessa terra "rinnovati" dal soffio di Dio grazie all'universalità' del dono creazionale dello , al fatto che esso viene riversato in ogni uomo:

"Così dice Dio, il Signore,
che crea i cieli e li spiega,
che stende la terra e quanto ne esce,
che infonde l'alito al popolo che l'abita
e il soffio a quanti vi camminano sopra:
Io, il Signore, ti ho chiamato nella giustizia
e ti ho preso per mano.
Ti ho custodito e ti ho posto
come patto del popolo, luce delle genti
(Is 42,5-6).
(cf. Is 42,1; Is 59,21)
"Lo Spirito del Signore Dio e' su di me
dal momento che il Signore mi ha unto
(Is 61,1).
In questo ultimo passo l'unzione conferisce una stabilità al dono: a differenza dei profeti piu' antichi, l'infusione dello Spirito non e' temporanea, bensì legata a un progetto esistenziale, a una vocazione permanente.
Lo Spirito del Signore è assolutamente libero di fare ciò che vuole perché Dio ha una sua volontà sovranamente libera e conferisce i suoi doni a chi vuole (generalmente a chi è pronto ad accoglierli). L'uomo e' stato pensato ad immagine di Dio, in modo che possa instaurarsi una stretta, intima relazione fra di loro.
Anche l'uomo è dotato di una volontà decisionale che, entro certi limiti creaturali, è libera, ed è il suo cuore. In Ezechiele, come pure nel Terzo Isaia, "spirito" e "cuore" sono usati come perfetti sinonimi:

"Perche' cosi' dice l'Alto ed Elevato,
che dimora in eterno e il cui nome e' Santo:
In luogo alto e santo io dimoro,
ma anche col contrito e l'umile di spirito
per far rivivere lo spirito degli umili
e ridar vita al cuore dei contriti"
(Is 57,15).

Contrizione e umiltà di spirito che sono la condizione stessa per stare davanti a Dio nella nostra verità creaturale. Solamente lo può santificare lo spirito dell'uomo. Ma questo dono non e' mai fatto una volta per tutte: deve essere costantemente rinnovato.
I doni dello Spirito, secondo Isaia, sono destinati a rivelarsi anzitutto nel Messia figlio di David.
C'e' una interdipendenza fra profezia e compimento, di modo che l'uno non può stare senza l'altra. In questo senso i santi Padri hanno sempre considerato insieme Antico e Nuovo Testamento, ed e' giusto così.
Possiamo ricavare un insegnamento: nel nostro cammino verso la nostra maturità umana e spirituale, ogni passo, ogni gradino che si sale, ha un grande significato e ci avvicina al compimento. Dopo non viene del tutto eliminato perché costituisce la nostra storia, la fatica che abbiamo sperimentato nel tendere alla meta, alla pienezza della nostra condizione di creatura che cerca il Signore. I profeti, tutti i profeti, hanno reso testimonianza a Gesù' senza neppure bisogno di una confessione esplicita del suo nome.
Se davvero noi crediamo che lo "ha parlato per mezzo dei profeti", per quanto in maniera velata, allusiva, misteriosa - ma proprio per questo così efficace, così suggestiva - tutto questo costituisce oggi e sempre una testimonianza di Gesù'.” (Padre Claudio Traverso)

I pentecostali non distinguono bene il valore battesimo cristiano, infatti essi cominciano col separarlo in due fasi, “battesimo in acqua” e “battesimo nello Spirito” alterando così l’insegnamento battesimale che troviamo nella Bibbia.

Essi dicono che il battesimo in acqua è una semplice pubblica testimonianza della propria fede, il credente testimonia la propria fede davanti alla comunità per mezzo del battesimo in acqua.

Ma non è questo l’insegnamento battesimale che ci ha raccomandato Gesù, Giovanni battista battezzava in acqua, ma con l’avvento di Gesù quel battesimo fu destinato a scomparire, per lasciare il posto a colui che battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Nel linguaggio biblico fuoco significa in questo caso purificazione, fuoco purificatore, anche l’acqua è segno di purificazione.

Quindi si può usare l’analogia “dopo di me verrà Colui che battezzerà in Spirito Santo e acqua…”

Senza alterarne il significato biblico.

Quindi nel battesimo cristiano è sempre presente lo Spirito Santo, l’acqua è il segno visibile, lo Spirito Santo è l’elemento invisibile che realmente purifica dal peccato.

Non si può quindi parlare di “battesimo in acqua” e “ nello Spirito” ma semplicemente di battesimo cristiano, nel quale l’acqua è solo il simbolo di purificazione mentre lo Spirito la opera.

Se il battesimo in acqua sarebbe una semplice testimonianza della propria fede cristiana, non si capirebbe perché Pietro abbia battezzato presso la casa di Cornelio tutti coloro che ricevettero l’effusione dello Spirito.

Se già questi parlavano in lingue vuol dire evidentemente che stavano testimoniando in maniera molto vistosa la propria fede, tra l’altro in presenza di un apostolo, che bisogno avevano di testimoniare con il battesimo in acqua la propria fede?

La purificazione dal peccato, sia esso di origine o personale. Quindi il non è una formalità votata alla testimonianza, ma una necessità imprescindibile, per purificare dai peccati precedenti.

Se non si fa attenzione a valutare il contesto, confrontandolo pure con altri episodi simili, si corre il rischio di alterare l’insegnamento biblico.

Bisogna saper distinguere tra “effusione dello Spirito” e “”, perché Paolo ci parla proprio di effusione dello Spirito, e non di Battesimo.

giovedì 2 giugno 2011

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venerdì 22 aprile 2011

Pasqua Cristiana

La Pasqua ebraica e la Pasqua di Cristo

E’ giusto partire

Dopo la nona piaga, quella delle tenebre, il faraone «convocò Mosè e Aronne e disse: “Partite, servite il Signore! Solo rimanga il vostro bestiame». Mosè oppose un netto rifiuto. Bastò questo perché il faraone si ricredesse e subito disse a Mosè: «“Vattene da me!... Guardati dal ricomparire davanti a me, perché quando tu rivedrai la mia faccia morirai”. E Mosè disse: “Hai parlato bene: non vedrò più la tua faccia”».
«Il Signore disse a Mosè: “Ancora una piaga manderò contro il faraone e l’Egitto; dopo egli vi lascerà partire da qui, vi lascerà partire senza restrizione, anzi vi caccerà via di qui”». Il Signore vuole compiere, per il suo popolo, un atto di giustizia e ordina a Mosè che ogni famiglia ebrea chieda ai suoi vicini oggetti di valore, d’oro e d’argento, ed egli muove il cuore degli egiziani ad essere generosi con gli ebrei.
Mosè annuncia al faraone l’ultimo, tremendo castigo: “la morte dei primogeniti”. Il faraone gli resiste ancora. L’indignazione di Mosè definito uomo molto mansueto, era proprio giunta al colmo.
Viene poi narrata l’istituzione della Pasqua. vuol dire “passaggio”. Quello che il Signore aveva fatto per il suo popolo era cosa troppo grande per non essere ricordata solennemente fino alla fine dei secoli. Il suo significato è profondo. C’è un passaggio dalla schiavitù alla libertà, dal potere di satana al potere di Dio. La sapienza di Dio agisce in modo da educare il suo popolo alla conoscenza dei valori supremi della vita e, prima ancora, alla conoscenza di lui. Era pur necessario che almeno un popolo, su tutta la terra, fosse totalmente suo. E, come un tempo egli si era manifestato ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, ora vuole manifestarsi ai loro discendenti.
Gli ebrei, vissuti per 430 anni in Egitto, avevano visto la magnificenza dei templi dedicati agli idoli e potevano anche esserne affascinati.
Vedremo fino a che punto l’idolatria aveva contaminato gli israeliti. Chi aveva ricordato loro, in quel tempo, le grandi rivelazioni di Dio ai loro padri? Ora la sua onnipotenza si era manifestata nelle azioni tremende da lui compiute contro il popolo egiziano.
L’inizio di una nuova vita libera da tutte le fatiche e le angherie, subite in Egitto, dovette lasciarli come trasognati e Mosè, per il comando di Dio, vuole che il momento della loro liberazione venga celebrato in modo singolare e solenne.
Innanzitutto, vi sarà un nuovo computo del tempo. Il mese nel quale gli ebrei lasceranno l’Egitto dovrà essere considerato il primo mese dell’anno. Nel decimo giorno del primo mese ogni famiglia doveva provvedersi di un agnello o di un capretto, maschio, di un anno, senza difetti. Al quattordicesimo giorno del mese, “fra i due vespri”, quell’agnello doveva essere ucciso. Con il suo sangue gli ebrei dovevano segnare gli stipiti e la soglia della porta delle loro case. In quella stessa notte, doveva esserne mangiata la carne arrostita al fuoco con pane azzimi e con erbe amare. E dovevano fare questo in tenuta da viaggio, in fretta. Con questo pasto si celebrava il passaggio del Signore.
In quella notte il Signore fece morire ogni primogenito degli egiziani. Il sangue sulla soglia e sugli stipiti delle case degli ebrei era il segno che essi dovevano essere preservati da quel flagello. Dal quattordicesimo al ventunesimo giorno del mese bisognava mangiare pane azzimo, non lievitato; chi non avesse obbedito doveva essere messo a morte. Che cosa significava quel lievito? Quale forza vitale negativa vi era in esso? Mosè infine dichiara che questo «“È il sacrificio della Pasqua per il Signore, il quale è passato oltre le case degli israeliti in Egitto, quando colpì l’Egitto e salvò le nostre case”. E il popolo si inginocchiò e si prostrò». Ecco, infine, l’epilogo di questo dramma: «A mezzanotte il Signore percosse ogni primogenito nel paese d’Egitto…; un grande grido scoppiò in Egitto». E il faraone chiamò di notte Mosè ed Aronne e li sollecitò a partire; così anche tutto il popolo egiziano, temendo di perire, sollecitava gli ebrei ad andarsene.
Poi il Signore ordinò a Mosè che gli fossero consacrati tutti i primogeniti, degli uomini e degli animali, e gli ricorda che per sette giorni gli ebrei devono mangiare pani azzimi. E questa prescrizione doveva tener vivo, di generazione in generazione, il ricordo di quanto il Signore aveva fatto per la salvezza del suo popolo. Così quando ogni giovane ebreo avrebbe chiesto a suo padre il perché di questa tradizione gli sarebbe stato detto: «Con braccio potente il Signore ci ha fatto uscire dall’Egitto, dalla condizione servile.
Poiché il faraone si ostinava a non lasciarci partire, il Signore ha ucciso ogni primogenito nel paese d’Egitto». Il Signore volle che questo evento fosse ricordato per sempre. (cfr, Il Timone 2005)

sabato 12 marzo 2011

La Chiesa e gli Eunuchi

La e gli eunuchi

     

Scritto da Rino CAMMILLERI   

Armando Torno, recensendo in prima pagina sul Corsera del 6 agosto un libro di Hubert Ortkemper  (Angeli controvoglia, Paravia), chiedeva  sommessamente al Papa un ulteriore meaculpa: il ritardo con cui la vietò l'uso di cantori castrati nella Cappella pontificia. Fu infatti Leone XIII a proibirli, a tre secoli dalla loro ammissione (concessa, va detto, a furor di popolo). Eh, sì: ormai la lista rischia di diventare lunghissima, anche perché ci sono alcuni (ma Torno non è tra questi) cui gli atti di contrizione non bastano mai. Potremmo suggerire il nepotismo dei papi, inaugurato da Innocenzo III e durato secoli. Difficile, infatti, spiegare a un contemporaneo che nel Medioevo la pietas nei confronti della famiglia era considerata un dovere primario perché la famiglia era tutto e l'individuo nulla.
E se il prossimo Papa sbottasse che è ora di finirla con 'ste richieste di meaculpa! Se - Deus avertat - addirittura facesse un dietrofront su tutta la linea? Se astutamente aprisse una stagione di convegni internazionali tramite i quali demolire uno ad uno i fondamenti storici (storici, si badi) dei meaculpa di fine millennio? In fondo, basterebbe fare come fu fatto con quel megasimposio sull'Inquisizione, pochi anni fa: condotto ai più alti livelli, demolì completamente la leyenda negra sul famigerato tribunale. Lo stesso, ancor prima, col processo di Galileo. Naturalmente, l'unica cosa rimasta sulla titolazione dei giornali fu la chiosa finale. Che però suonava pressappoco così: signori contemporanei che vivete in tempi di liberaldemocrazia, alla luce della sensibilità odierna un “tribunale della coscienza” (parafrasando il titolo di un'importante opera del maggior studioso italiano d'Inquisizione romana, Adriano Prosperi) è cosa insopportabile, lo riconosciamo; chiediamo a Dio perdono se in qualche cosa gli uomini di hanno sbagliato alcuni secoli addietro. Naturalmente - aggiungiamo noi - gli uomini di alcuni secoli addietro l'avevano, la sensibilità, molto diversa e, quelli, non sentivano ragioni né scuse. L'animo contemporaneo prova più pena per Caino; quello d'ancien regime tifava per Abele. Certo, è vero che la non deve andar dietro alle pruderies mondane, sempre cangianti, ma è altrettanto vero che qualche soddisfazione deve pur darla, non foss'altro che per non cadere sotto l'accusa di essere disincarnata.
Ora, per tornare ai “sopranisti” castrati, ovviamente condividiamo lo sdegno e la pena per quei poveracci che, illo tempore, subivano una mutilazione (diversa, ma altrettanto ripugnante) che fa in qualche modo il paio con l'accecamento dei canarini per farli gorgheggiare (barbara usanza di non pochi ciabattini fino a tutti gli anni Cinquanta del secolo appena trascorso). Ma la castrazione era fenomeno antichissimo (vi fa riferimento anche Cristo nel Vangelo) e diffuso in tutto l'orbe (in certi posti, in India per esempio, esiste ancora oggi). Non di rado erano le famiglie che sottoponevano i bambini a tale pratica per garantir loro una fonte di sostentamento; e magari, perché no, il successo e la ricchezza. Nell'Europa cristiana la cosa penetrò tra mite l'invasione musulmana della Spagna. E ancora verso la fine del Settecento c'erano nobi-luomini seguaci dei Lumi che pagavano fior di chirurghi perché rifornissero le loro cappelle musicali di piccoli castrati. Sì, è vero che Sisto V nel 1589 autorizzò la presenza di eunuchi nei cori, ma era lo stesso papa che aveva reiterato pene severe per chi ne fabbricasse. Il fatto è che ormai la loro presenza era dilagante. Il successore di Sisto V, Gregorio XIV, tentò di arginare questa maledetta pratica con una serie di decreti, ma dovette anche lui arrendersi ai fatti compiuti: il castrato non era colpevole e, vietandogli di cantare in luoghi prestigiosi come quelli pontifici, si sarebbe ingiustamente colpito solo lui. Un successivo papa, Benedetto XIV, si scagliò contro l'abominevole moda in un'enciclica del 1749. Che ebbe la stessa efficacia (zero) dei richiami dell'attuale pontefice contro l'aborto. Dopo di lui. Clemente XIV provò a cambiare sistema, vietando l'uso di castrati per i ruoli femminili nelle opere. Niente, sì dovette attendere che tale ignobile usanza cadesse da sé, cosa che accadde quando la concorrenza delle donne-soprano divenne insostenibile. Proprio l'anno scorso è uscito un libro di V. De Angelis, Eunuchi (Piemme), che sarebbe interessante leggere per conoscere l'ampiezza, storica e geografica, del fenomeno. Si comprenderebbe meglio quanto sia difficile “arginare il mare con uno scoglio”, come (per restare nel campo musicale) recita una suggestiva canzone di Mogol-Battisti. Insomma, è sempre così: immergendosi nella storia, si scopre che, in quelle circostanze (come in tutte le altre), la cercò di barcamenarsi, tenendo però continuamente presente l'antico adagio cristiano secondo il quale non di rado il bene è nemico del meglio.

IL TIMONE  N. 17 - ANNO IV - Gennaio/Febbraio 2002 - pag. 52 - 53

lunedì 7 marzo 2011

Catechesi Eucaristia

Certo se nell’ultima Cena avrebbero visto materializzarsi il corpo e il sangue di Gesù nel pane e nel vino, avrebbero creduto senza difficoltà, ma la fiducia nel loro maestro sarebbe scomparsa.

Gli apostoli credettero per fiducia, e ancora oggi la crede che ogni volta che si celebra la si rinnova il nuovo patto tra Cristo è l’umanità credente.

Del resto il profeta Malachia già lo aveva detto secoli prima “Poiché dall’oriente all’occidente grande è il mio nome fra le genti e in ogni luogo è offerto incenso al mio nome e una oblazione pura…”(Ml 1,11)

Certamente l’oblazione pura non è il nostro sacrificio quotidiano, la nostra croce, che offriamo a Dio. I nostri sacrifici in nome della fede, pur essendo bene accetti da Dio, sicuramente non si possono definire puri. è una sola, perché solo Gesù fece il sacrificio perfetto, in quanto lui stesso era perfetto agli occhi di Dio, e questo sacrificio puro, perfetto, lo ripete ogni volta che si celebra il suo memoriale. Gli ebrei non offrivano in ogni luogo, ma solo nel Tempio, e soprattutto non si poteva parlare di oriente e occidente (cioè tutta la terra) ma solo di Gerusalemme. L’offerta pura è solo , non esistono altre oblazioni pure e, nelle offerte fatte a Dio era sempre realmente presente il sangue. Molti miscredenti vorrebbero vedere fisicamente il sangue nel calice, e Gesù materializzarsi nel pane, ma in questo modo la fede che fine farebbe?

Dio ha scelto di dare abbastanza luce a chi vuole credere e abbastanza ombra a chi non vuole credere. Quel Dio che sembra giocare a rimpiattino con gli uomini: se si scoprisse interamente, non vi sarebbe alcun merito nel credere in Lui; se si scoprisse del tutto, non vi sarebbe la fede” Così diceva Blaise Pascal. Dunque, gli increduli che pretenderebbero dalla Messa la materializzazione di Cristo, neppure sospettano che se ciò non avviene in modo così spettacolare, come un numero da prestigiatore, è per misericordia. Come se Dio, in qualche modo, limitasse la sua potenza per limitare così anche la responsabilità di chi lo nega. Sì, responsabilità. Perché è fondato il sospetto che qualcuno troverebbe sempre qualche pretesto. Direbbero: è verosimile che, in certe condizioni ancora indefinite la natura (cfr di V. Messori, Ipotesi su Maria) o la cosiddetta parapsicologia, possa far materializzare un corpo o l’apparenza di esso, e dare l’illusione che nel calice dopo la consacrazione ci sia reale sangue umano” (ndr), si comincerebbero a fare ipotesi di allucinazioni collettive, che la scienza ancora non è in grado di spiegare, insomma ci sarebbe sempre qualcuno lì pronto ad abbozzare pseudospiegazioni scientifiche. Direbbero: la scienza spiegherà anche questo un giorno, scuoterebbero il capo e chiederebbero qualche altra performance e così all’infinito.

In questo modo però aumenterebbe la loro “colpa”, sarebbero davvero “rei” secondo la parola di Paolo: “Essi sono dunque inescusabili perché, pur conoscendo Dio, non gli hanno dato gloria, né gli hanno reso grazie come Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti” (Rm 1,21).

Ma l’Eucaristia non è spettacolo, non è illusionismo, è il Sacrificio di Gesù Cristo che si rinnova in modo misterioso, e chi vuole lo crede per fede.

Qui di seguito approfondiremo l’argomento citando il parere di autorevoli padri e dottori della Chiesa, oltre ad analizzare dettagliatamente i passi biblici che parlano dell’.

domenica 6 marzo 2011

La Salvezza Cristiana

Un’ulteriore conferma la troviamo in Mt 7,21

Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.

Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».”

Qualcuno potrebbe obiettare:

Se stamane io so di non aver rinnegato il Signore, ma so che il Signore è ancora in me, per quale motivo dovrei dubitare della , oggi?

Ecco, chi fa queste affermazioni si mette esattamente nella posizione di coloro che dicevano continuamente “Signore, Signore…” ma consideravano inutile dare da mangiare a chi aveva fame o dare da bere a chi aveva sete. E quindi… non lo facevano. Costoro erano davvero convinti di non aver rinnegato il Signore ma il loro comportamento testimoniava contro di loro. Se oggi parli male di un tuo conoscente, sei sicuro di avere la salvezza per la tua sola fede?

Attenzione a leggere e meditare bene le parole di Gesù, in questi versetti appena sopra. si rivolge e rimprovera chi ha profetato, cacciato demoni e compiuto molti miracoli, oggi chi ha questi doni si sente un perfetto cristiano, anche avendo uno solo di questi doni, spesso ci si sente buoni cristiani. Chi oggi ha il dono di compiere miracoli? Qualcuno, solo in pochi possiedono questo magnifico dono di Dio, eppure Gesù dice che nonostate questo tipo di dono, si può perdere la salvezza, se non si mette in pratica la Parola di Dio nella vita di ogni giorno.

I protestanti sono invece convinti che difficilmente loro possono perdere la salvezza, perché basta la sola fede, dalla quale scaturirebbero automaticamente le buone opere. Se funzionasse davvero così, Gesù rimproverò inutilmente i suoi discepoli, ma la verità è che occorre impegno e aver assimilato veramente la Parola di Dio, per metterla in pratica, non basta dire Signore Signore, noi abbiamo profetato e guarito nel Tuo nome. Oggi moltissimi protestanti si sentono salvati, e ci commiserano come perduti (noi miseri cattolici, ciechi) solo perché si auto convincono di capire bene la Parola di Dio, figuriamoci se dovessimo parlare con un protestante che abbia il dono di guarigione….

Ci vorrebbe una sorta di tappeto rosso, per accoglierlo, e dovremmo supinamente annuire, ad ogni suo insegnamento.
Cosa vuol dirci Gesù in Matteo 7,21?
Che non è automatica la salvezza per chi possiede doni di Dio, ne consegue che c’è la ben forte possibilità che costoro pur disponendo di doni dello Spirito Santo, possano finire all’Inferno, perché insegnano e fanno cose sbagliate, alla luce della Verità.

Pertanto consiglio ai tanti fratelli protestanti di buttare via il piedistallo che si portano sempre dietro, per salirvici ogni volta che incontrano un cattolico, e imparare veramente gli insegnamenti di , perché proprio i protestanti pur credendo alcune parti di Verità, hanno delle grosse lacune nelle loro dottrine, e troppa presunzione mista a spavalderia e arroganza nei confronti dei cattolici.

giovedì 3 marzo 2011

La Cresima–Confermazione

4. È IL SACRAMENTO DELLA TESTIMONIANZA.

, prima di salire al Cielo, dice: "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore, lo Spirito di verità; egli mi renderà testimonianza e anche voi mi renderete testimonianza" .
"Mi sarete testimoni a Gerusalemme e fino agli estremi confini della terra" . Oggi questa testimonianza a Cristo Dio è di estrema necessità e urgenza; lo Spirito per mezzo di S. Paolo ci grida: "Siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo tenendo alta la parola di vita".
Gli uomini non vedono , ma te; non odono la sua voce, ma le tue parole; perciò nel tuo modo di parlare e di vivere tu devi ovunque manifestare Gesù: il Vangelo che il mondo ancora prende sul serio è quello che portiamo scritto nelle nostre opere. La gente segue più i santi che i maestri.

5. È IL SACRAMENTO DELL’APOSTOLATO DEI LAICI.

Il Vaticano II afferma: "Con il i fedeli, arricchiti di una speciale forza dello Spirito Santo, sono più strettamente obbligati a diffondere e a difendere con la parola e con l’opera la fede come veri testimoni di Cristo" .

Gesù (dice il Vangelo) non ha inviato soltanto gli Apostoli, i Sacerdoti a evangelizzare il mondo, ma ha inviato pure i laici rappresentati nei 72 discepoli: "Il Signore designò altri 72 discepoli e li mandò a due a due dinanzi a sé in ogni città e luogo". Gli ebrei di quell’epoca credevano infatti che le popolazioni del mondo erano 72, quel numero dunque non era casuale. Perciò, soprattutto "oggi – come ripeteva il B. Orione – chi non è apostolo di Gesù Cristo e della sua Chiesa, è apostata".

Oggi lo Spirito Santo ripete a ogni battezzato e cresimato le terribili parole del profeta Ezechiele: "Se tu non parli per distogliere l’empio dalla sua condotta, egli, l’empio, morirà (ossia andrà dannato) per la sua iniquità, ma della sua morte chiederò conto a te".

Lo Spirito ripete pure le consolanti parole di S. Giacomo: "Se uno di voi si allontana dalla verità e un altro ve lo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore, salverà la sua anima dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati".

Lo Spirito della nostra è il Sole dell’anima che vuol portarci luce di fede, calore di amore, energia per la santificazione e per l’apostolato. Se al sole si chiudono le finestre, si rimane nel buio e nel freddo. Apriamo allo Spirito le finestre della mente e del cuore. Trionferà in noi come ha trionfato in schiere di vergini, in folle di martiri, in milioni di Santi.